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OKKIO CHE E’ LUNGHETTO…

Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. […] osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri. Il processo secondo cui ciò avviene, non è tanto quello dell’atrofia o della perdita improvvisa di determinate facoltà umane – ad esempio quelle intellettuali – ma piuttosto quello per cui, sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano. Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui, con lui personalmente ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato. È ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. Questo è il pericolo che una profanazione diabolica porta con sé. Ci sono uomini che potranno essere rovinati per sempre. (da Della stupidità -di Dietrich Bonhoeffer)

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In che misura la vostra azienda facilita il social networking tra gli impiegati separati da una distanza geografica o organizzativa, o tra clienti e soci commerciali  (in essere o potenziali)?

Qual è il valore di questo capitale sociale dell’azienda (cioè le connessioni con e tra reti sociali e le connessioni tra gli individui)?

Come cambia la natura delle opportunità e dei vincoli che ogni persona può generare e quali sono le conseguenze per il gruppo di lavoro e per l’intera azienda?

IBM ha recentemente pubblicato una report di ricerca su Beehive – potevo non parlarne!?!??! – una piattaforma interna sperimentale creata per ridurre i confini tra lavoro e casa, dimensione professionale e personale, tra business e divertimento

Il rapporto evidenzia la prova empirica del potere di consolidamento del capitale sociale in azienda.

I ricercatori hanno analizzato gli elementi associati all’adozione, all’uso, alla motivazione e all’impatto del social networking sul luogo di lavoro e hanno verificato che:

Anche analizzando un campione ridotto di utilizzatori di Beehive, su un periodo di tempo limitato, si riscontrano dei collegamenti tra differenti modalità di utilizzo e… differenti tipi di capitale sociale.

C’è un sostanziale aumento di interesse nel ricercare i contatti interni all’azienda, un rafforzamento dei legami tra colleghi dello stesso gruppo di lavoro e un aumento della conoscenza dei network indiretti (conoscenti dei colleghi).

Quindi un aumento del capitale sociale cosiddetto di legame.

Altri effetti riscontrati sono:

  • l’aumento del senso di appartenenza e dell’orgoglio di contribuire al buon andamento dell’organizzazione;
  • l’aumento della vicinanza percepita con i colleghi di altre sedi o filiali;
  • Una forte interazione tra neoassunti o giovani in azienda e i senior o esperti, con l’effetto di una maggiore contaminazione dei saperi e delle conoscenze.

Il caso IBM dimostra anche che supportare le reti sociali in azienda significa più che portarsi in casa una piattaforma di social network

Le funzionalità del social network dovrebbero essere integrate non solo con le piattaforme IT esistenti ma anche con le specifiche esigenze di abilitazione di diversi livelli di reti informali con le esistenti strutture convenzionali e le necessità di flusso delle informazioni e delle competenze dell’azienda. E questa è evidentemente la parte più difficile da realizzare.

Come in ogni iniziativa di change, favorire la giusta adozione dello strumento è ugualmente importante quanto costruire una piattaforma tecnicamente corretta.

Infine, l’introduzione di una piattaforma di social network, solleva temi importanti quali lo stato dell’arte della dimensione IT in azienda, l’alfabetizzazione delle tribes aziendali agli strumenti informatici, la gestione delle informazioni personali delle persone, delle conversazioni private; la verifica dei livelli e dei flussi di informazione che devono coincidere con la cultura e con le aspettative degli utilizzatori.

Ma di questo parlerò in un prossimo post.

Il report IBM lo trovate qui: [IBM_social_networking_research] – [ENG]

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