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Posts Tagged ‘economia’

Oggi ho ricevuto una mail da Riccardo Tronci che ha messo su un blog partecipativo (come lo chiamiamo un blog parecipativo? plog? boh) in cui pubblica punti di vista diversi sul “che fare” di questa nostra società. E allora scrivo, così, di getto (quindi l’italiano è quel che è) questa risposta. Chè è un pò retorica però è davvero il futuro che vorrei.

Caro Riccardo, bella domanda.

Credo che siamo arrivati al punto in cui qualsiasi cambiamento o anche rivoluzione necessaria debba partire dal singolo individuo.
È tempo di stare uniti più che mai perchè l’interconnessione di tutti gli esseri viventi è il principio che se sostenuto salverà gli uomini se ignorato decreterà la nostra fine.Purchè il dover stare insieme non diventi l’alibi per ciascuno per non assumersi completamente, individualmente la responsabilità del risultato complessivo.

Ispiriamoci a quelli che rappresentano un esempio, penso a Danilo Dolci, penso a Calamandrei, a Gandhi, a Maria Montessori, alla Montalcini. Sono partiti da loro stessi, ecco, ispiriamoci a loro.

Nel futuro che vorrei, per me, soprattutto per i miei figli, c’è il sogno dell”omnicrazia”, (la gestione diffusa e delocalizzata del potere teorizzata  da Aldo Capitini negli anni 60) contrapposta al centralismo dei partiti.

Parafrasando lo stesso Capitini ma anche il più attuale Rifkin penso che il rinnovamento sia più che politico, e la crisi odierna è anche crisi dell’assolutizzazione della politica e dell’economia. Quindi?
C’è da lavorare, tanto, iniziando dalle nostre case, per promuovere una cultura della responsabilità, dell’autenticità, della non menzogna perchè oggi siamo tutti – chi più chi meno per carità – disperatamente contaminati e corrotti, nostro malgrado.

Non è più tempo di pochi eroi che salvano il mondo bensì il tempo in cui tutti dobbiamo imparare ad esserlo.
E c’è da promuovere la cultura dello sforzo, del coraggio individuale, dell’impegno costante per muovere verso un sistema che si fondi sui principi di apertura, compresenza, omnicrazia (ancora una volta: dell’impegno costante individuale- quindi collettivo-  alla gestione della cosa pubblica).
La cultura della non violenza, dell’educazione e e della civilità
La cultura del tempo aperto oltre il tempo libero cioè del  tempo da destinare alla discussione, alla socializzazione, al raccoglimento, all’elevazione spirituale.

Oggi il mio amico “di penna” Fernando E. ( un signore sulla settantina con cui dibatto in una “attempata” mailing list) mi scrive:

“Assodato che questo governo non ha nè il coraggio nè l’intenzione di adottare provvedimenti sgradevoliper non perdere consensi, ed avendo invece tutti ben chiaro  che  si tratta di medicina indispensabile per sopravvivere,stiamo assistendo a giri di valzer per scaricare su altri tale responsabilità. Potrebbe finire che i cittadini dovranno invocare d’iniziativa misure contro loro stessi, non trovandosi alcuno che voglia prenderle…”
fern
Ecco è tutta qui la sintesi di quella che dovrà essere la società nelle nostre mani.E viva questa tua agorà, che è un progetto bellissimo, e che sposa – guarda caso – queste idee qui.

Scusa tutta questa retorica ma non sono brava a scrivere e questa mail mi è venuta così.

Ciao!
Patrizia

»Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una società che sarà perfettamente nonviolenta, civile, omnicratica… a me importa fondamentalmente l’impiego di questa mia modestissima vita, di queste ore o di questi pochi giorni; e mettere sulla bilancia intima della storia il peso della mia persuasione »
Aldo Capitini

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Ricevo e volentieri pubblico.

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I processi di disgregazione seguono tutti leggi esponenziali, che si tratti di economia, di ambiente, del pilotaggio di un aeroplano e quant’altro si rapporti a fenomeni cosiddetti “complessi”.
Quando il pilota intercetta una situazione anormale, una deviazione cioè dal risultato che si attende per una certa impostazione dei comandi, sa bene che la prima cosa da fare è interrompere l’anomalia e solo dopo pensare a impostare un nuovo assetto che ripristini le condizioni di volo corrette.

Ma per applicare le contromisure che determinano l’interruzione della “deriva” esiste sempre un tempo assegnato, trascorso il quale l’aereo entra in quell’area del cosiddetto “inviluppo” dei parametri di volo in cui la situazione diviene rapidamente irrecuperabile e qualsiasi manovra di contrasto si risolve solo in un modo diverso di finire male.
Tutti gli incidenti aerei sono legati a questa logica.
Lo stesso vale per il degrado ambientale.

Quella che segue è una storiella che si illustra nei corsi base di questo genere di tematiche:
tutti i giorni feriali, un bambino attraversa un parco per recarsi a scuola; il parco è abbellito da un laghetto, dove nota una ninfea che sta attecchendo, già dotata di alcune foglie e di un bel fiore vistoso. Ne chiede poi alla maestra, la quale gli spiega che, sì, la ninfea è bellissima, ma infestante: raddoppia infatti ogni giorno la sua dotazione di foglie e bisogna badare che non arrivi a ricoprire l’intero specchio d’acqua, cosa che impedirebbe l’interscambio di ossigeno tra l’aria e la superficie liquida, finendo per causare la morte del popolamento di pesci rossi che vi abita.
Il tempo passa e lo scolaro osserva con preoccupazione la “macchia” della ninfea allargarsi vistosamente; si rende pure conto che è difficile fare un computo di quante foglie coprano ormai il lago, al fine di stimare il tempo residuo per intervenire.
Finché un giorno osserva che metà del lago è coperta di foglie e fiori; e poiché si tratta di un ragazzino sveglio, comprende di colpo di dover gettare l’allarme: se il rateo di crescita comporta il raddoppio giornaliero del fogliame, il doppio della metà dà infatti l’’intero e il giorno dopo il lago sarà totalmente infestato.

L’esempio rende essenzialmente la natura di tutti i processi ad andamento esponenziale: in un primo momento “strisciano”, come se la velocità di mutamento non cambiasse, somigliando quindi a processi lineari; ma giunti al cosiddetto “ginocchio”, improvvisamente il processo accelera, e a seconda dei casi si può avere costante almeno l’accelerazione, in altri neppure quella.
È bene pure avere presente che, se le leggi matematiche che sottostanno ai processi descritti godono generalmente dell’”invarianza di scala”, nel senso che la stessa legge può descrivere una crisi economica o l’esplosione di un chilo di dinamite, tuttavia alla scala “umana” le cose si muovono più lentamente che nella chimica: questo determina conseguenze sulla percezione dei fenomeni e del loro stato di avanzamento, al punto che può essere difficile interpretare “a naso” in che momento ci trovi realmente.

Ricordo che un giorno di non molto tempo fa (si doveva essere prossimi a qualche festività), un caro amico, tutt’altro che sprovveduto, si produsse nell’ormai tradizionale lagno: “dicono che c’è crisi, ma supermercati e centri commerciali sono tutti pieni”. Dovetti redarguirlo “a brutto muso”, che se le vendite, generalmente intese, fossero calate del dieci per cento, lui non avrebbe mai potuto accorgersene: pur tuttavia, un fattore “-10” nel fatturato generale sarebbe qualcosa di assai vicino alla zona “catastrofica” della curva di evoluzione.

Per capire meglio, sarebbe indispensabile procedere a rilevazioni corrette dei dati di base, nonché a sintesi ancora più “oneste”, tutta “roba” inesistente nel nostro apparato sociale corrotto e falsificatore.
A mio avviso, anche se siamo apparentemente ancora lontani “dalla metà del lago”, le cose sono già abbastanza avanti da far quantomeno dubitare della possibilità di un recupero “non catastrofico”.

Le cosiddette “misure” contingenti di cui tanto si parla a sproposito, sono solo un misto di demagogia e cieca ignoranza; eppure, dato per scontato che le “strimpellino” i giornali di regime, non so darmi pace che i partiti di sedicente opposizione e i giornali che li rappresentano possano considerarsi soddisfatti delle briciole elargite dal “tremorti”, tra cui l’abrogazione del provvedimento che sospendeva parte dell’adeguamento annuale alle pensioni sopra i 1400 euro (lordi)/mese.

Il “taglialegna” può concedere di spostarsi di qualche centimetro in avanti o dietro, ma per chi “ci vede” resta ostinatamente seduto sulla parte sbagliata del ramo e continua imperterrito a segare; e quanto alla Costituzione la usa al più per “incartarci la ciriola” della colazione.
Rimane poi il problema della correlazione del tutto immaginaria di questi provvedimenti con la crisi in corso, anch’essa in buona parte conseguenza del tutto irreale del colossale “gioco del monopoli”, che continua a essere incoraggiato a livello mondiale e che vede nell’italietta di questi sordidi e corrotti ignoranti una delle migliori applicazioni possibili.
D’altro canto, è noto che i fantasmi li vedono quelli che ci credono; ma questo sarebbe un altro discorso ancora più lungo.

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Aurelio Peccei, non fu tanto un economista quanto un “manager”, aspetto questo che lo rese con il tempo una figura più vicina a uno scienziato che a quei filosofi “in libris”, come con disprezzo li chiamava Galileo, ai quali sinistramente somigliano tanti pretesi economisti, i moderni in particolare, con l’illustre eccezione di Georgescu Roegen, che non a caso proveniva dalla fisica;

costoro non tardarono a denigrarne l’opera, rimproverandogli, come era fin troppo scontato, di assumere atteggiamenti da “profeta di sciagure” sulla base di congetture gratuite;

in realtà le sue intuizioni e il suo lavoro furono quelli di un pioniere e i mezzi dell’epoca per poterli sviluppare non erano certo all’altezza, pertanto gli avversari ebbero buon gioco ad averne ragione;

Peccei fu tra i pochi che antevide la globalizzazione della contesa sulle risorse (peraltro già rintracciabile in embrione nel Russell del ’23) e soprattutto che propose per la loro analisi l’impiego dei modelli matematici, finalmente possibili grazie all’avvento degli elaboratori elettronici digitali, programmabili.

Inutile sottolineare quanto irrazionali fossero invece i suoi critici, tali ancora oggi e così “ciechi” da non riuscire a concepire l’assurdità delle loro teorizzazioni sullo “sviluppo”, che si volevano contrarie, fondate sull’assioma semplicemente idiota delle “risorse infinite”.

La sua iniziativa di costituire il Club di Roma in collaborazione con il bostoniano MIT, quando avrebbe potuto andarsene comodamente in pensione, e di finanziarlo a titolo personale, dovrebbe riconoscergli il merito di “apostolo dell’umanità”; ma in una società sempre più impegnata nella sostituzione della “ragione” con la “ragione plausibile” non fa meraviglia che figure “scomode” di tal genere, impegnate a perseguire la veglia della Ragione in un momento storico che ne predica il sonno come mai prima, siano invece letteralmente rimosse dal “pantheon” sociale.

Lo storico primo rapporto del Club, “I limiti dello sviluppo”, occupa tuttora un posto d’onore nella mia biblioteca personale; per quanto “datato”, è una pietra miliare a futura memoria; è come un segnale stradale a indicare una svolta importante e rischiosa: si può ignorarlo, ma nessuno potrà mai più sostenere che “non c’era”.  M.G.

Questa mail mi arriva oggi da mio padre in risposta alla “cosa” che segue in calce.

Ora capisco il perchè della mia spontanea attrazione per certi “eroi” di questo e altri tempi nonostante la mia conclamata, lazzarona, ignoranza. Certe passioni devono essere ereditarie.


* Aurelio Peccei, scomparso nel 1984, è stato un economista di fama mondiale. Ex partigiano, dopo la seconda guerra mondiale è stato dirigente della Fiat e presidente dell’Olivetti. Particolarmente attivo nel WWF e in altre importanti organizzazioni ambientaliste, ha fondato nel 1968 il Club di Roma, costituito da scienziati, economisti, manager e politici animati dallo scopo di trovare risposte sul futuro del nostro pianeta. Nel 1972 il gruppo ha pubblicato il famoso rapporto I limiti dello sviluppo, in cui per la prima volta si lanciava l’allarme sulla sostenibilità del progresso economico e tecnologico

Dipende da noi

di Aurelio Peccei*


«Oggi cominciamo a comprendere che quanto accadrà d’ora in avanti dipende da noi in una misura mai concepita nel passato, che dobbiamo fare appello a nuove forme di coraggio e previdenza, che non possiamo permetterci di commettere ulteriormente gravi errori politici o ideologici».
Questa analisi di Aurelio Peccei, risalente alla fine degli anni settanta, appare oggi di un’attualità quasi profetica.
Seguono alcuni brani tratti dal libro Campanello d’allarme per il XXI secolo, scritto insieme a Daisaku Ikeda e uscito in Italia nel 1985 per la casa editrice Bompiani (ne verrà pubblicata a breve una nuova edizione), dove Peccei argomenta le ragioni delle sue affermazioni e avanza le sue proposte per il cambiamento.

Il boom economico e il progresso tecnico-scientifico
[Negli anni ’50 e ’60] predominava, per quanto atteneva al futuro, un clima di legittima euforia. Previsioni in apparenza legittime lasciavano credere in uno standard di vita più elevato e in un’esistenza più serena e armonica sia per i ricchi sia per gli indigenti. Tutti eravamo troppo assorbiti dalla lieta preconizzazione dei benefici derivanti dalle nostre prodezze tecnico-scientifiche e dai successi economici per darci pensiero dei costi e dei limiti futuri, per non dire di un possibile declino delle condizioni generali del mondo. […]

Disordine interiore
Ma in realtà la conseguenza più nefasta della nostra fallace convinzione secondo la quale le politiche, le strategie, le linee di condotta alle quali continuiamo ad attenerci finiranno per sottrarci alle crisi che attualmente ci insidiano, sta nel fatto che tale persuasione distoglie la nostra attenzione dal nocciolo del problema occultando ben altro alla radice della nostra crisi, qualcosa di intangibile e ancora indefinito, e tuttavia fondamentale, qualcosa infine che si cela in noi e ha il potere di produrre il male altrimenti incomprensibile che ci possiede. Mi riferisco al nostro stato di disordine interiore. Questo è il vero tallone di Achille della personalità dell’uomo e della donna di oggi, e pertanto della nostra civiltà trionfante.
[…] Noi interferiamo in misura crescente con tutto ciò che il nostro pianeta offre, trasformandolo senza posa allo scopo fin troppo palese di porlo al servizio delle nostre necessità e delle nostre pretese con progressiva efficienza e risultati sempre più copiosi. Ma le nostre tensioni interiori, i nostri squilibri, le nostre incertezze tendono ad allargarsi alle nostre comunità, a contagiare di sé la società; sicché moltiplicandosi ricadono di nuovo su di noi a livello individuale.
Tali processi, al tempo stesso causa e conseguenza del nostro disordine interno e del rapporto sempre più caotico con il nostro ambiente, hanno trovato notevole incentivo nelle rivoluzioni materiali che hanno determinato mutamenti radicali così vistosi e profondi da differenziare il nostro tempo da ogni precedente epoca storica e farne un fenomeno a sé stante. Grazie a una siffatta metamorfosi abbiamo acquisito in brevissimo tempo nozioni e poteri inaspettati. Nondimeno dobbiamo riconoscere che, inebriati dalla nuova realtà, l’abbiamo erroneamente interpretata come la prova della nostra funzione primaria, quasi fossimo il baricentro di ogni cosa. Ahimé, appare invece assai evidente che l’accresciuta ampiezza delle nostre facoltà non si accompagna a una nuova saggezza, a una nuova e adeguata visione delle cose, e che troppo spesso finiamo per tradirle o per farne un uso inconsulto, determinando nella globalità del nostro ambiente trasformazioni radicali e spesso incontrollabili, o alle quali non sappiamo adeguarci. Quanto più andiamo ampliando la gamma dei nostri poteri e delle nostre conoscenze, tanto maggiori sono i pericoli ai quali ci troviamo esposti. […]

Un nuovo umanesimo
Soltanto un nuovo umanesimo che da un lato non scenda a compromessi nelle sue motivazioni ideali e per altro verso si mostri coerente con la realtà tecnologica del nostro tempo potrà esserci di valido aiuto in questo cruciale recupero di noi stessi. Solamente questa forma di umanesimo, dimostrando che la salvezza ha il suo punto di partenza in noi, può accordarci la forza necessaria per raggiungere mete più elevate consentendoci di esplorare le strade alternative che ci guideranno al futuro. Ciò che designo come rivoluzione umana è appunto quella rinascita dello spirito dell’essere umano in un momento di grande sconvolgimento e di sconforto. […]

La meta della rivoluzione umana
[…] La meta primaria della rivoluzione umana, nonché l’esito più importante che dalla stessa dobbiamo attenderci, è la piena realizzazione delle nostre capacità innate. […] Il mondo ha bisogno di trovare la fiducia in se stesso e nella sua capacità di forgiare un futuro migliore. Lo sviluppo delle nostre risorse innate costituisce il punto naturale d’avvio grazie al quale ci sarà consentito di costruire questa fiducia e pertanto di renderci conto che il salto di qualità umana necessario per uscire dal pozzo non è un’utopia ma una prospettiva assolutamente verosimile. Lo è, se vogliamo che lo sia. Fare nostra questa convinzione è il presupposto e il punto di partenza per adottare d’ora in avanti una linea d’azione costruttiva.
Uno degli effetti benefici più cospicui derivanti dalla rivoluzione umana è da vedere nel fatto che per la prima volta verrà spianata dinnanzi a noi la strada della pace. […]

Una visione illuminata
Qual è il destino che ci attende? È un interrogativo che ci assilla da tempo immemorabile, che si situa al di sopra della nostra comprensione e che, con ogni probabilità, non avrà mai una risposta definitiva ed esauriente. Ciò non toglie che la rivoluzione umana, nei termini da me descritti, sia un imperativo imprescindibile. Essa soltanto ci potrà elargire un punto di osservazione più elevato dal quale spingere il nostro sguardo in avanti; essa soltanto avrà modo di illuminarci, svelandoci ciò che il futuro tiene forse in serbo per l’umanità; essa soltanto, infine, potrà farci comprendere che, a conclusione di un processo che ha visto crescere in misura stupefacente la specie umana in termini numerici, di potere e di sapere, colmando tutti gli spazi della sua dimora terrestre ed esercitando il suo totale dominio sulla stessa, per la prima volta dobbiamo sobbarcarci responsabilità a lungo termine e lottare per lasciare in retaggio alle generazioni future un pianeta che offra più consolanti condizioni di vita e sul quale operi una società più governabile.
Solamente la rivoluzione umana ci permetterà di comprendere che, per raggiungere questo traguardo vitale, dobbiamo migliorare la nostra qualità interiore e acquisire piena armonia spirituale e culturale. In virtù di questa rivoluzione, la fine del nostro secolo e del presente millennio potrà diventare la porta che darà accesso a uno dei periodi più floridi e felici della storia umana. […]

Prepararci al futuro
Un fatto è indiscutibile: uno degli obiettivi della rivoluzione da me auspicata consiste nel preparare più validamente le persone ad affrontare gli aspetti oltremodo complessi del mondo contemporaneo, e parimenti tutto ciò che in esso vi è di artificioso, le nuove interrelazioni di ogni cosa con tutto il resto e le sfide per noi affatto insolite che la nuova realtà mondiale impone al genere umano. […]
Solamente la rivoluzione umana può svelare appieno il nostro potenziale interiore, farci sentire fino in fondo chi e che cosa siamo noi in realtà e indurci a mutare conseguentemente la linea globale del nostro comportamento. Solamente la rivoluzione umana può insegnarci a usare opportunamente computer e satelliti, motori e dispositivi di ogni specie. Solo a essa spetta il compito di spiegarci come occorra utilizzare i reattori nucleari e i mille congegni elettronici a nostra disposizione per meglio comunicare con i nostri simili ed entrare in contatto con l’universo nel quale siamo immersi. Ma soprattutto giova asserire come soltanto questa rivoluzione sia in grado di farci comprendere l’importanza di sopravvivere, sia per fruire di una vita altamente meritevole di essere vissuta come tale, sia per fare della nostra esistenza lo strumento idoneo a preparare con vivo senso di umana responsabilità una linea e un costume di vita appropriati alle necessità delle generazioni che ci seguiranno.

Agenda for the end of the century [pdf scaricabile – Eng. Req]

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